«Prima la pioggia poi il vento»

Un ex vigile del fuoco ricorda gli interventi tra Vellai, Croce d’Aune e Pedavena

FELTRE. Il giorno dell'alluvione Giovanni Cesa (classe 1931) se lo ricorda bene. Perché quel 4 novembre del 1966 aveva 35 anni ed era in servizio alla caserma dei Vigili del fuoco di Feltre.

«Il brutto tempo è durato per giorni, ha piovuto in continuazione, senza tregua», racconta, «hanno cominciato a chiamarci il giovedì sera per asciugare le cantine allagate, ma i problemi erano sempre di più, l'acqua entrava dappertutto. Poi si è alzato il vento. Molti tetti, anche di certe case, erano in lamiera. A Vellai a un certo punto la strada è stata ostruita da un lastrone che stava a copertura dell'ex colonia», quella che poi sarebbe diventata la scuola agraria.

Anche il tetto dell'albergo Croce d'Aune era sparito. «Potevano essere molto pericolosi perché si arrotolavano su loro stessi e volavano via da tutte le parti. Ma noi dovevamo salirci sopra e cercare di bloccarli in qualche modo, con chiodi, mattoni o travi di legno, perché altrimenti avrebbero lasciato scoperte le abitazioni. Ma potevamo restarci intrappolati ed essere sbalzati da qualche parte. Il vento era tremendo, cadevano piante in continuazione. Anche girare con i mezzi era rischioso».

Un altro pronto intervento è stato in val di Faont, dove Cesa e la sua squadra sono andati a recuperare una signora di 70 anni e la madre novantenne, rimaste bloccate nella loro casa accerchiata da acqua e fango. «Lassù la pioggia spostava i prati», prosegue il pompiere veterano, con le mani e gli occhi ancora pieni di energia, «ho preso l'anziana in braccio e ho cercato di condurla verso la nostra Fiat Campagnola per portarla in paese. Ricordo che aveva indosso gli abiti da salvare e in mano l'affezionata pipa. Quando siamo arrivati in albergo a Pedavena, la prima cosa che l'anziana madre ha voluto bere è stata una “sgnappetta”».

Nel frattempo un grosso pezzo di terra con sopra le piante era scivolato fino a raggiungere il centro di via Trento. Poco prima di trarle al sicuro, un “pez” era stato strappato dal bosco dalla forza dell'acqua. I vigili intervenuti avevano tentato di assicurarlo con un cavo, invano. Un altro intervento sarebbe stato a Marziai: il gruppo di pompieri stava per attraversare il ponte di Busche, che però era stato portato via dalla piena.

«Non fosse stato per una vecchia signora che ci ha fatto segno con una torcia di fermarci, saremmo finiti giù», afferma, con ferma lucidità. «Una cosa del genere qui da noi non si era mai vista». (f.v.)

Argomenti:alluvione 1966

Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi