Pietro, una scelta nel segno dell’onestà

Piller Cottrer racconta perchè ha deciso di ritirarsi: «Non potevo più mentire a me stesso e agli altri»

SAPPADA. Un caffè in compagnia di Pietro Piller Cottrer: a casa sua.

«Stamattina sono andato a sciare, ne avevo proprio tanta voglia: è stato bellissimo».

Ora che hai lasciato puoi dirlo: è stato maggiore il peso di lasciare la vita dello sportivo o il sollievo di tornare ad essere marito e padre?

«Sto meglio sotto entrambi i punti di vista. A casa, ormai, mia moglie Francesca e i bimbi erano abituati ai periodi di lunga assenza; ma, quando ero a Sappada, riuscivo a stare con loro 24 ore su 24. A livello sportivo nell’ultimo periodo mi pesava invece il dover mentire alla gente quando mi chiedeva i programmi per la prossima stagione e non potevo ancora comunicare la mia decisione di lasciare. Era un mentire a loro e anche a me stesso. Sono stato molto sereno nella mia scelta, anche perché ho deciso io i tempi e i modi».

A chi hai comunicato per primo la tua decisione?

«La prima persona con cui ne ho parlato è stata Francesca, mia moglie. All’inizio non lo sapevano nemmeno i miei figli; quando gliel’ho detto ci sono rimasti male, hanno versato anche una lacrimuccia. Mia madre, quando lo ha saputo,mi ha detto una grande verità che condivido anche io: cioè che la mia testa voleva continuare ma il mio fisico non gli stava più dietro. Ed è così: negli ultimi due anni la mia famiglia ha potuto vedere tutto il mio impegno quotidiano che però non era ripagato dai risultati. Francesca è stata contenta proprio perché si rendeva conto che non riuscivo più ad esprimermi come facevo fino a poco tempo prima. La vera difficoltà dell’agonismo consiste nei lunghi mesi di allenamento che precedono un periodo molto più breve di gare, dove concretamente non hai nulla in mano. Questa volta non avevo più il desiderio di ripartire da maggio per affrontare tutto l’allenamento pre stagione. Sicuramente il mio ultimo infortunio al ginocchio è stato determinante per decidere di smettere: a 38 anni non sentivo più lo stimolo per ripartire. Mi piace comunque pensare che nessuno si aspettasse questo annuncio. Sono sempre stato un combattente, tutti sapevano quanto avrei voluto partecipare al Mondiale e ai giochi Olimpici 2014...»

Qual è il ricordo più bello di questi lunghi anni? Il primo che ti viene in mente...

«Sono due: uno legato ad un risultato, l’altro no. Le soddisfazioni in questi anni sono state molte, ma a fine gara sono state pochissime le volte che ho pianto. E’ accaduto due volte, ai Mondiali del 2005, durante l’abbraccio con Valbusa, e alle Olimpiadi di Vancouver, durante l’abbraccio con l’allenatore, con gli ski men… Il ricordo più bello non legato ad una prestazione invece è lo sguardo dei tifosi che in gara ti osservano con ammirazione e ti incitano. Quelle emozioni si potrebbero descrivere, ma sono solo mie, le ho vissute solo io. Una cosa di cui vado poi molto orgoglioso, ma che non menziono quasi mai, è l’aver vinto la Coppa del mondo: quello è il premio di un’intera stagione, non di un solo giorno».

Qualche rimpianto invece? Tanti menzionano Nagano 98 e la vicissitudine delle reti...

«No, Nagano no. E’ vero, ci sono rimasto male, ma sono cresciuto. Mi è pesato di più non essere riuscito ad esprimermi al meglio a Sapporo 2007, perché non dipendeva da me. Le condizioni del tempo erano molto variabili e, come gruppo dei più forti, ci siamo ritrovati sotto una fittissima nevicata. Stavo molto bene fisicamente e il non poter dare tutto quello che avevo a causa di fattori che non dipendono da te fa arrabbiare».

Guardiamo avanti. Hai qualche particolare progetto in mente, magari a Sappada?

«Sinceramente ancora non lo so cosa farò. Se ci sarà la possibilità di rimanere in federazione mi farà piacere. Intanto fino ad aprile sono impegnato con il corso per diventare istruttore nazionale, cosa che avevo già in programma da prima».

Se un giorno i tuoi figli dovessero intraprendere la strada dell’agonismo e raggiungere i tuoi livelli, qual è il primo consiglio che daresti loro?

« Per prima cosa ne sarei felicissimo, perché sarebbero riusciti a togliersi di dosso la pesante etichetta di “figli di”: dunque l’orgoglio sarebbe doppio. Di certo è dagli sbagli che si impara di più, e perciò credo che troppi consigli non vadano bene. L’unico che mi sentirei di dare loro è di essere e rimanere sempre se stessi. Penso sia l’aspetto per cui sono sempre stato apprezzato anche io: non sono mai stato un calcolatore. E’ bellissimo trasmettere le proprie emozioni, quello che si è, e fare in modo che la gente si possa immedesimare in te».

Nicole Quinz

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