Pasqua in corsia per don Strapazzon: «Io infermiere, perché sono cercatore di Dio»

BELLUNO
La Pasqua? «È la vita che vince la morte». Se lo dice lui, don Alessio Strapazzon, parroco di Castelavazzo, Codissago e Pedenzoi, tornato in corsia come infermiere professionale, c’è da credergli.
Possiamo stare certi che nessun bellunese colpito dal coronavirus muore nell’abbandono?
«Ma cosa, mi fa un’intervista? No, per favore. Non ho ceduto neanche ad una tivù tedesca. A questa domanda, però, rispondo: per rendere onore ai medici, ai miei colleghi infermieri, a tutta la comunità ospedaliera. Assicuro figli, nipoti, parenti, che i loro cari li accompagniamo all’altra vita tenendoli per mano, come fossero nostro papà e nostra mamma. Li accarezziamo, li coccoliamo, ovviamente rispettando tutte le precauzioni. Li benediciamo...».
Anche medici ed infermieri benedicono gli ammalati?
«Non è questo che ha invitato a fare il vescovo Renato? Il nostro personale lo ha sempre fatto, d’altra parte. Con loro preghiamo».
Lei ha paura di morire?
«La paura ovviamente c’è. Ma so anche difendermi dall’infezione. Sono infermiere professionale».
Era stanco di fare il prete ed è per questo che ha ripreso a praticare la professione di un tempo?
«È una bestemmia se si pensa così. Sono felice di fare il prete. E tanto più di fare il prete infermiere. L’ospedale è la casa che Dio abita».
Il giorno di Pasqua, dov’era?
«Ero di turno, in corsia. E in qualche momento di pausa ho portato la comunione ai malati che non possono essere avvicinati».
Com’era vestito?
«Con tuta, guanti, mascherina, occhiali, visiera. Siccome non si può entrare e uscire dal reparto, prima ho chiesto quanti volevano comunicarsi. Poi ho contato le particole e le ho portate. In qualche caso pregando anche insieme».
Lei è così sicuro che il coronavirus non sia un castigo di Dio?
«Dio è amore. E proprio per questo non ti molla se “nol te cata”».
Scusi?
«Mi trovo spesso a parlare il dialetto, quello caratteristico di San Tomaso Agordino. “Catar” vuol dire trovare. Dio ti cerca finchè non ti trova. Non ti molla, perché ti vuol bene».
Riesce a convincere di questo anche chi non crede?
«Ma lei mi sta intervistando? È’ lunedì mattina e sono ancora a letto. Non mi vergogno ad ammetterlo, ma la missione dell’infermiere a volte è faticosa. Ritornando al non credente, è solo colui che crede di non credere».
E al malato che non crede, come ha spiegato la Pasqua?
«È la carezza di Dio. Quella che riusciamo a garantire noi infermieri, i medici, tutto il personale».
Ma lei, perché a suo tempo ha deciso di fare l’infermiere professionale?
«Perché sono un cercatore di Dio. E so di trovarlo lungo una corsia d’ospedale».
Si sente mai solo?
«No, con questa compagnia. Mi creda. Però è vero. Condivido col vescovo Renato la preoccupazione che tanti nostri preti, parroci in particolare, si concedano a tal punto al prossimo che vive la solitudine, a volte con sofferenza, fino a rischiare, a non badare al loro stato di salute, a… lasciarsi andare. Le comunità parrocchiali prendano coscienza che anche i loro preti stanno dando tutto e hanno bisogno di sostegno».
Quella via crucis del Venerdì santo, lei col piviale, il sindaco Roberto Padrin con la croce, è stata un atto d’amore unico...
«Il tutto, si badi, nel massimo rispetto delle norme di sicurezza. Non finirò di ringraziare gli agenti della polizia locale, onorati di partecipare, per evitare che si accodassero fedeli. Ma la commozione è stata grande osservando la mia gente che si affacciava alle porte o alle finestre di casa e pregava. Sì, pregava anche per i nostri pazienti. L’ho detto loro, il giorno dopo, in reparto. E anche loro si sono commossi». —
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