Le segherie scomparse travolte da frane e acqua

Importanti attività economiche vennero gravemente danneggiate, dopo che erano state riparate dagli eventi alluvionali del settembre dell’anno prima

COMELICO. La segheria che era stata del papà Virginio venne completamente portata via dall'alluvione. Lui, Gian Antonio Casanova Fuga, allora già lavorava alla Banca del Friuli, a Pieve di Cadore e ricorda bene quei giorni. Ha anche raccolto una buona documentazione fotografica, che ha illustrato qualche giorno fa all'Università degli Anziani. Per non dimenticare.

«L’attività di mio padre Virginio era a Ponte Cordevole: sulla strada c'era un bivio, da una parte si andava in Val Visdende, dall'altra verso Sappada. Già nel 1965 la segheria era sta danneggiata, erano caduti i muri che delimitavano i piazzali per far stagionare il legname. A novembre 1966 una frana si è staccata dal pendio sovrastante ed ha fatto sparire tutto. Il ponte allora era più a nord rispetto a dove si trova adesso quello per andare in Val Visdende. Poi c’era il bar ristorante di Dante De Martin Pinter e una casa di sassi abitata dalla famiglia di Benedetta De Martin Pinter e dopo la nostra segheria, uno stabile in muratura con i macchinari, dove adesso c’è una galleria, verso Sappada. L’attività era già cessata con la morte di mio padre, avvenuta nel luglio del 1965; non era una segheria grande come quella dei Quattrer o dei De Pol, ma funzionava, con 4 o 5 operai negli anni Cinquanta. Si lavorava il legno della Val Visdende e di altri boschi verso le Tre Terze, che si comprava dalle Regole, e poi si tagliava facendo tavole da vendere a mobilifici o scalifici. C'erano allora i segantini, abili artigiani capaci di scegliere come tagliare il tronco per avere la migliore qualità. Da bambino ho lavorato anch'io in segheria, ma soprattutto studiavo e davo una mano a mia madre che gestiva la pensione Edelweiss a Mare, attiva fino al 1972/73. E quel giorno ero a casa a Mare con mia mamma Albina».

Nato nel 1945 a San Pietro di Cadore, Gian Antonio Casanova Fuga ha abitato lì fino a 30 anni. Poi si è trasferito a Calalzo per lavoro. «I danni maggiori alla frazione di Mare non ci sono stati nel 1966, ma un anno prima, a settembre 1965. Proprio sotto alla nostra casa ce n'era una che era stata portata via dalle acque del Piave, che si erano fermate solo a 80 cm da casa nostra. Così la sponda orografica destra era stata in qualche modo riparata nel 1965 ed un anno dopo resse meglio di altre zone, anche se vennero portati via alcuni fienili in località Paschere sulla riva sinistra del fiume. Nel 1966 ci fu l'esondazione del Rio Rin e si allagarono le nostre cantine. Io lavoravo in Banca del Friuli a Pieve di Cadore ed il lunedì successivo dovevo rientrare al lavoro. Le strade erano interrotte, al Cunettone, fra Campolongo e Santo Stefano, c'era una colata di fango alta almeno un metro e mezzo. Partii di mattina presto con una borsa ed un sacco-valigia, arrivai in qualche modo a piedi a Danta, dove mi dettero un passaggio con un furgoncino ape fino a Lozzo e poi ancora a piedi arrivai in ufficio alle tre del pomeriggio. Un’avventura in mezzo al disastro». (s.v.)

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