L’arcidiacono del Cadore: «Partì una grande gara di solidarietà»

PIEVE DI CADORE. Quel 4 novembre 1966 monsignor Diego Soravia, arcidiacono del Cadore era a Belluno in Seminario. «E si cominciò da subito, appena avuta la notizia di quello che era successo, a...

PIEVE DI CADORE. Quel 4 novembre 1966 monsignor Diego Soravia, arcidiacono del Cadore era a Belluno in Seminario.

«E si cominciò da subito, appena avuta la notizia di quello che era successo, a raccogliere indumenti, mobili, materassi, letti ed a caricarli sui camion, insieme ad altri giovani. Da casa arrivavano notizie frammentarie, qualche rapida telefonata al bar Piave da Modigliano, che era il padrone dell'albergo e del bar vicino, unico posto dotato di telefono. Oltre al parroco don Pietro Da Gai, dal quale sapemmo della morte di un giovane a Presenaio e del disastro dell'alluvione».

L'allora diciassettenne Diego rientrò poi a casa per l'8 dicembre, festa dell'Immacolata. «Le comunicazioni non erano certo facili. Arrivato vidi il paese squarciato, sconvolto, le ampie ferite nel letto del fiume, i resti delle case con letti penzoloni, cucine sventrate, facciate diroccate».

Aveva però vissuto in presa diretta, un anno prima, a settembre 1965 la prima alluvione che aveva sconvolto buona parte della provincia.

Anzi, furono addirittura tre gli eventi alluvionali accaduti in poco più di un anno che coinvolsero il Comelico e il Cadore. «Avevo sedici anni e qualche giorno dopo sarei andato in seminario - ricorda il sacerdote - ed ho visto crescere il Piave che, pian piano, ha sommerso e poi travolto il ponte di corda davanti a casa, che permetteva di arrivare in centro di Presenaio; rivedo le piante che si piegavano e le radici che emergevano, quasi un'altalena, un gioco che si stava trasformando sotto i nostri occhi in un drammatico spettacolo della natura. Gli argini, che erano lì da più di un secolo, non riuscivano a trattenere la forza delle acque. L'acqua è arrivata sotto le fondamenta delle case, intere pareti crollavano senza lasciare alcun segno, la violenza delle acque del fiume era incontenibile». (s.v.)

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