«La stanza terrena» Un'operina giocosa di Antonio Miari

Paolo Da Col dirige l’opera che sarà in scena al Comunale
Dite trascrizione. Recupero. Catalogazione. Studio. Bene: è solo l'inizio. «La stanza terrena», dramma giocoso in due atti che porta la firma augusta di Antonio Miari, parte da una trascrizione (durata svariati mesi); passa attraverso recupero e catalogazione (quello del Fondo Miari, conservato alla Biblioteca Civica di Belluno); diventa oggetto di studio (per entrare a fare parte della Stagione della Fondazione Teatri delle Dolomiti, in collaborazione con Asolo Musica). Ma tutto questo lavorio è solo il primo passo. Il capitolo uno di quella che sarà, sabato 6 novembre, la prima esecuzione moderna per un'operina rimasta a dormire, in vari frantumi, tra le carte comprese in nobili traslochi di villa in villa. «La musica è nulla finché non è restituita al suono» chiosa Paolo Da Col: capofila di una operazione che è, insieme, storica, filologica, musicale e culturale in senso ampio. Sua sarà la direzione dell'Ensemble Accenti Armonici (archi con corde di budello, oboi classici e flauti di legno), della rosa dei solisti (Chiara Isotton nel ruolo di prima donna, e poi Elena Filini, Mauro Borgioni e Vincenzo Di Donato), nonchè del coro della scuola di musica cittadina che proprio a Miari deve il nome. I costumi sono firmati dall'atelier Raptus & Rose di Silvia Bisconti; la regia è affidata a un giovane allievo di Ronconi, Giorgio Sangati; la cura del libretto, nonché l'immane lavoro di collazione per ricostruire la partitura e le parti singole nella loro possibile interezza, è di Melita Fontana. Insomma: «La stanza terrena» appartiene sì a quel genere di musica che viene definita "operina". Ma lo sforzo corale che c'è intorno va ben oltre il diminutivo. Perchè l'intento non è quello di resuscitare una composizione a corpo morto: ma quello di darne una produzione di qualità, di restituirla al pubblico moderno, di non tradire la filologia senza, per questo, infilarsi nel tunnel esclusivo della noia per soli addetti. E dunque, a questo punto, viene da chiedersi: riusciranno le arie del conte Miari a reggere la scena dopo quasi duecento anni di silenzio? Chi ha alacremente lavorato alla rinascita di quest'opera non ha dubbi: «La stanza terrena» saprà stupire. «Certo - dice Paolo da Col - a tratti ha un gusto un po'retrò per l'epoca in cui è stata scritta: un gusto che guarda al teatro di tardo Settecento, come Cimarosa. Ma c'è anche un aspetto belcantistico estremamente moderno: che risente delle novità rossiniane, donizettiane, di inizio secolo. Miari sapeva scrivere: quello che ne esce è una partitura che ha qualità musicali, attenzione alla resa vocale e necessità viva di aderire ai testi». Le premesse ci sono tutte: l'operina ha saputo catalizzare un lungo elenco di professionalità, che hanno prestato chi oggetti, chi tessuti, chi le proprie competenze, chi la propria creatività. Il solo elenco degli sponsor, tecnici e non, farebbe da solo un libretto supplementare. Ora manca solo il battesimo del pubblico. L'appuntamento è per sabato 6 novembre, alle 20.45, al Teatro Comunale. I biglietti sono differenziati: 25 euro gli interi e 23 euro i ridotti per platea e prima galleria centrale; 20 euro (interi) e 18 euro (ridotti) per la prima galleria laterale; biglietto unico di 13 euro per il loggione; ridotti di 10 euro per le scuole. Informazioni e prenotazioni allo 0437 943303, da martedì a venerdì (10.30-12.30 e 15.30-17.30).
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