I parroci: «Noi vicini a chi ha avuto lutti»

Da sei mesi nelle parrocchie, don Cesare e don Francesco affrontano l’emergenza mentre stanno ancora integrandosi

AGORDO

Don Cesare Larese e don Francesco Silvestri, dalla metà di ottobre 2019 parroci di Agordo, La Valle e Taibon, hanno voluto condividere l’intervista; non vedono se stessi come centro della parrocchia, si fanno domande sul ruolo della comunità e hanno idee per esperienze significative che intendono però discutere con la gente.

Sono passati sei mesi dal vostro insediamento: che periodo è stato?

«Intanto abbiamo ricevuto una bella accoglienza dai vari gruppi e associazioni e respiriamo una grande benevolenza in tutte e tre le comunità. I primi due mesi, certo, sono stati difficili perché con tre parrocchie abbiamo dovuto tirare le fila e organizzarci. A gennaio e febbraio avevamo cominciato ad ingranare e poi è arrivata questa emergenza. Però noi siamo qua, stiamo condividendo la situazione delle persone comuni e cerchiamo di essere vicini il più possibile a chi ha dei lutti. La nostra volontà, comunque, è quella di inserirci in una storia che esiste, non vogliamo fare rivoluzioni anche perché non pensiamo di essere il centro della parrocchia. Teniamo al fatto che questo ruolo lo abbia il consiglio pastorale».

Che bisogni avete sentito? Quali desideri avete intuito? Quali i punti di forza e quali le debolezze degli agordini?

«Ci pare che un bisogno sia quello educativo nei confronti dei ragazzi e dei giovani che sono abbastanza invisibili. Non abbiamo trovato gruppi abbastanza organizzati, ma li vediamo poco anche per strada. Vorremmo poter valorizzare il centro parrocchiale, perché, forse siamo vecchi, ma crediamo nell’importanza di percorsi educativi che facciano diventare significative delle esperienze ecclesiali oltre l’estemporaneità dei social. Come fare? Questa è la sfida che ci troviamo ad affrontare».

A volte si dice che l’Agordino conta tanti interpreti nel mondo del volontariato, ma è un po’ più seduto nell’ambito socio-culturale. Che idea vi siete fatti?

«Non abbiamo dati per fare delle analisi, però abbiamo registrato alcuni elementi. Da fuori immaginavamo Agordo e la Conca come terra di benessere e ci ha colpito vedere tante serrande dei negozi abbassate. Così come ci hanno colpito le grandi realtà di servizio per anziani e disabili (Asca, la casa di soggiorno di Taibon, il volontariato, ndr). Non è mica così dappertutto. Osservare questa realtà ci ha stimolato qualche domanda sulle responsabilità della comunità in termini cristiani: abbiamo bisogno di infermieri, di operatori sanitari che accudiscano i nostri anziani, ma che debbono poter contare su una casa. C’è da creare coscienza di questo nella comunità: sono persone che garantiscono servizi di cui abbiamo bisogno e allora, magari, si possono anche chiedere affitti un po’ più bassi».

In che maniera il Coronavirus ha influito o influirà sulla religiosità?

«In assenza dei riti collettivi, abbiamo invitato i fedeli a pregare in casa: chi è più anziano ha una formazione e una costanza nella preghiera in famiglia, ma molti altri no. Forse è anche colpa nostra che non abbiamo curato adeguatamente questo aspetto, non dando strumenti per vivere un momento che è di verità, che è ricco. Da un altro lato, sulla scia di quanto detto dal Papa, abbiamo riflettuto sul fatto che siamo interdipendenti, che andiamo avanti se ciascuno fa la sua parte, che la nostra scelta ha un legame col bene comune».

Finito tutto da dove ripartite?

«Non dobbiamo isolare il discorso ragazzi/giovani come fossero un altro pianeta rispetto al discorso famiglie/adulti. Abbiamo trovato avviato un buon cammino di catechesi e ora occorre proseguire su strade di formazione e ragionare assieme come comunità». —

Gianni Santomaso

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