Due secoli di spettacoli a Belluno. Il teatro Comunale non può mollare

Nato per la lirica e riconvertito in cinema, la grande prosa dal ’78. Il cartellone numero 43 è pronto al debutto: sei date da aprile

BELLUNO. Come la storia anche recente insegna, i grandi eventi che interessano il Bellunese (Mondiali e Olimpiadi, tanto per non fare nomi) accendono i riflettori sulla derelitta montagna, smuovono i governi centrali e fanno aprire i cordoni della borsa: si progettano opere pubbliche e si fanno investimenti. Ma non accade solo al giorno d’oggi, è accaduto anche in passato, quasi duecento anni fa, quando a Roma venne eletto Papa Gregorio XVI. Era il 1831, il Papa bellunese restò in carica per 15 anni. Improvvisamente Belluno divenne una città importante e da questa attenzione trasse importanti benefici. «Fu una scossa all’orgoglio cittadino», spiega lo storico Marco Perale, assessore alla cultura del Comune.

Su Belluno decide di investire anche il governo austroungarico, oltre al governo locale e ai privati cittadini. Si costruisce così il ponte Nuovo sull’Ardo, viene abbattuta la storica Caminada, l’antico palazzo comunale, e al suo posto viene edificato Palazzo Rosso, il nuovo municipio, con accanto il palazzo bianco. E viene eretto in piazza dei Martiri, sul terreno dove c’era il Fondaco delle Biade, un nuovo teatro. Quello che da un anno è chiuso per le restrizioni connesse alla pandemia, che ha acceso le luci in segno di protesta e di speranza lunedì scorso e che ora coccola l’opportunità di ripartire, dal 27.

Un fulmine e due anni di cantiere

Un teatro a Belluno era esistito anche prima dell’Ottocento, ospitato nella mansarda della Caminada, un teatro piccolo ovviamente con poche decine di posti. Ma un fulmine lo aveva danneggiato alla fine del Settecento. È a Giuseppe Segusini, un vero archistar dell’epoca, che viene affidata la costruzione sia di Palazzo Rosso che del Teatro cittadino. A differenza di quanto avveniva allora, cioè l’abbattimento completo di un edificio del passato e la costruzione di uno nuovo secondo lo stile dell’epoca, Segusini riesce a salvare dei busti e delle decorazioni della Caminada, che trasferisce nel nuovo edificio, che prende il nome di Teatro Sociale. Nasce infatti dalla collaborazione tra l’istituzione pubblica della città (che mette ad esempio il terreno) e la Società del teatro, che riunisce le grandi famiglie cittadine che diventano proprietarie dei futuri palchetti che saranno distribuiti nei quattro piani dell’edificio, oltre alla platea. Il loggione rimane invece pubblico e aperto a tutti.

Il nuovo teatro viene inaugurato nel 1835, dopo due anni di lavori, ospitando l’opera lirica. Il lavoro del Segusini a Belluno viene così apprezzato che gli venne commissionato qualche anno dopo il teatro di Innsbruck, la capitale del Tirolo, oltre ad altri edifici importanti nel Bellunese (la chiesa di Agordo, per fare un esempio) e fuori dal Veneto.

Rivoluzione Lumière

Passano i decenni, cambia il mondo e cambiano le mode: l’opera lirica subisce un lento e costante declino, mentre le compagnie teatrali non hanno il rilievo e l’importanza di oggi. Il Teatro sociale cambia e diventa anche un cinema.

Il suo stravolgimento architettonico interno, rispetto alla costruzione del Segusini, è del secondo dopoguerra, conseguente ai danni provocati da un incendio che aveva reso più deboli le capriate. Dal 1945 al 1949, spiega ancora l’assessore Perale, subisce una ristrutturazione completa. Spariscono i palchetti e vengono realizzate due galleria eliminando il loggione. «È la logica delle sale per il cinema», aggiunge Perale. C’erano altri cinema in città, nel dopoguerra, l’Edison, l’Olimpia, l’Italia. E anche il Teatro comunale, questo è il nome che prende dopo il restauro del 1949, ospita per anni le proiezioni dei film, grazie anche alle attrezzature imponenti e all’avanguardia di cui si dota. È un teatro provinciale e lo testimoniano gli stemmi di Belluno, Feltre e del Cadore che si trovano al suo interno.

Ostiche poltroncine

Alla fine degli anni Settanta, per l’iniziativa del Circolo dell’Amicizia di Luigino Boito, le compagnie teatrali tornano a calcare il palco del Comunale. Una stagione ricca di personaggi e di cultura che animano la città. Ma una nuova ristrutturazione attende l’edificio del Segusini: viene realizzata all’inizio degli anni Novanta, e il teatro rimase chiuso due anni: «Fu un intervento sostanzioso, vennero tolti i sedili in legno e messe le poltroncine imbottite, sistemati gli spazi interni come i camerini e gli impianti scenici. Nel corso degli ultimi anni – spiega ancora Perale – ci sono molti altri interventi, per l’insonorizzazione, i miglioramenti acustici, altri lavori nei camerini e la migliore accessibilità con la costruzione di una rampa esterna».

Le poltroncine imbottite, di velluto rosa, non piacquero per nulla al maestro Uto Ughi, invitato per il concerto inaugurale dopo la ristrutturazione del 1993. A parere del grande violinista (ed era un parere importante) alteravano la percezione del suono. Dopo trent’anni, hanno fatto il loro tempo e saranno sostituite. Quando? «Ci penserà la prossima amministrazione».

L’incontro con Fabbri

C’è una data spartiacque, per la storia recente del teatro, quella che alza il sipario su stagioni di tutto rispetto. È il 1978, l’anno in cui Luigino Boito, oggi presidente del Circolo cultura e stampa bellunese, andò a Roma a casa di Diego Fabbri, presidente dell’Eti (ente teatrale italiano). Ci andò grazie ai buoni uffici di alcuni personaggi dello spettacolo che la settimana prima erano stati a Feltre, al Foro Boario. Boito aveva fondato il Circolo dell’Amicizia due anni prima, con cui organizzava anche le Feste dell’Amicizia di ispirazione democristiana, in contrapposizione alle feste dell’Unità (“allora sì che si faceva politica...”).

Un azzardo fortunato

Quell’anno al Foro Boario c’erano Iva Zanicchi, Gigi Sabani, Peppino Marzullo (la voce di Topo Gigio). Quella sera Gigi Sabani e gli altri gli chiesero: perché non organizzi una stagione teatrale? “Aiutatemi” rispose Boito, che una settimana dopo incontrava Diego Fabbri, grande drammaturgo e sceneggiatore e dal 1970 presidente dell’Eti. Fabbri fu molto chiaro con Boito. Non conveniva, economicamente, portare le compagnie teatrali italiane più importanti a Belluno. «Mi disse che l’anno precedente c’erano stati solo diciassette abbonati per la stagione», ricorda Boito. In quegli anni, dalla ristrutturazione del dopoguerra, il Comunale ospitava soprattutto proiezioni di film, era praticamente un cinema. Poi c’erano anche un po’ di avanspettacolo, di cabaret e qualche spettacolo teatrale. Il pagamento a forfait delle compagnie teatrali non era conveniente, con così pochi affezionati spettatori. «Devi pagare il cachet completo» disse Fabbri. E Boito rispose: va bene. Quanto? «All’incirca un milione e mezzo di lire a serata».

«Mi mandò nella sede dell’Eti a incontrare il direttore generale Oreste Lombardi che tirò fuori un grande librone, che occupava tutta la scrivania, dove erano segnate tutte le date e tutte le compagnie teatrali. Ne scelse sei o sette per Belluno».

Il meglio del teatro italiano

Quella prima stagione del Circolo (diventato negli anni 90 Circolo cultura e stampa bellunese) portò a Belluno le più importanti compagnie italiane con personaggi del calibro di Valeria Morricone, Lilla Brignone, Paolo Ferrari, Paola Pitagora, Andrea Giordana, Ugo Pagliai e Paola Gassman, Salvo Randone. Il meglio del teatro italiano iniziò a calcare le scene bellunesi. Dai 17 abbonamenti del 1977, si arrivò ai 705 della stagione 97-98, quando fu necessario opzionare due serate per accontentare tutti gli abbonati.

Il Circolo ha avuto alterne fortune in teatro: «Nel 2000 siamo stati praticamente cacciati e abbiamo traslocato al Centro Diocesano. Poi siamo tornati e devo ringraziare Renzo Poloni e anche il sindaco Jacopo Massaro se siamo arrivati ad una pax culturale, che rispetta e coordina tutti i soggetti presenti a Belluno».

Stagione numero 43

Ed ora cosa succederà? Come si sta organizzando il Circolo per la 43esima stagione teatrale? «Abbiamo esposto fuori dal teatro un drappo per dare un segnale, per dire che ci siamo, siamo presenti, non abbiamo mollato. Noi siamo pronti a fare sei spettacoli, quattro tra aprile e maggio e due a giugno. Non sappiamo ancora se saranno una o due serate, dipende da quanti abbonati decideranno di venire, ne abbiamo 560 ma non sappiamo se tutti potranno esserci, se supereranno la paura di ritrovarsi in un luogo chiuso. Due di questi spettacoli saranno offerti in modo gratuito ai nostri abbonati per compensare i due che sono saltati la scorsa stagione con il lockdown. Per ora non sono stati ancora firmati i contratti con le compagnie, nessuno si fida a impegnarsi con questo stato di incertezza», spiega ancora Boito, ma i buoni rapporti creati negli anni con le organizzazioni nazionali dello spettacolo fanno sì che ci sia la ragionevole certezza che se le porte dei teatri riapriranno come ci annunciato, gli spettacoli si faranno. —

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