De Bona chiede la mobilità per nove dipendenti

BELLUNO. Nove dipendenti in mobilità. La crisi dell’auto si fa sentire anche in provincia di Belluno, tanto che i sindacati si trovano alle prese con la procedura di mobilità chiesta dalla concessionaria Fiat De Bona per nove dipendenti: dal venditore al magazziniere, fino all’addetto alle pulizie.
Una richiesta che è giunta qualche giorno fa sui tavoli del sindacato di categoria e che preoccupa, e non poco, le parti sociali, perché le vendite delle auto sono sempre meno e le richieste delle case automobilistiche che aprono le concessionarie sono sempre più pressanti.
I sindacati fanno sapere che la richiesta «fatta alla luce del sole» da parte del gruppo De Bona, che opera tutta la provincia ma anche fuori, è soltanto la punta dell’iceberg di un problema che ha investito già altre concessionarie, che hanno magari preferito gestire da sole la situazione senza interpellare le parti sociali.
«Il calo delle vendite nel settore automobilistico, qui in provincia e in tutto il resto dell’Italia, è stato in questi ultimi anni del 50 per cento, ma, se non dovesse esserci una ripresa economica in tempi brevi, non è detto che la questione possa anche peggiorare», fanno sapere dagli uffici del sindacato.
«Le nostre concessionarie in qualche modo hanno cercato di rimanere in piedi, qualcuno ce l’ha fatta, qualche altro invece ha dovuto ridurre il personale. E la cosa che più dispiace», aggiungono dal sindacato, «è che molto spesso le concessionarie sono in crisi anche per intervento delle case madri, che impongono qualsiasi cosa, anche il colore delle piastrelle e l’arredo di questi atelier di vendita. Questo vuol dire anche tagli al personale».
Per i sindacati si prospetta una dura battaglia per cercare di tutelare quei posti di lavoro. «L’ideale sarebbe che qualcuno di questi lavoratori decidesse di andare in pensione, sempre che abbia raggiunto l’età naturalmente, altrimenti la situazione si fa seria. Se nessuno decidesse di uscire spontaneamente, allora si dovrà tagliare inesorabilmente».
Le sigle sindacali della Filcams e della Fisascat, che seguono il settore, non nascondono la loro preoccupazione. «In una provincia che rischia di pagare un prezzo molto alto alla crisi, con industrie che sono al limite della sopravvivenza e molte aziende a rischio, anche questo settore inizia ad accusare i colpi forti di questa contingenza negativa. La speranza è che i tagli non avvengano e che si riesca a trovare qualcosa per evitare la messa in mobilità. Ma all’orizzonte questa operazione sembra essere molto difficile e complicata», concludono i sindacalisti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi








