Da Fastro di Arsiè a Rio Grande do Sul: storia di emigrazione

La copertina del libro sugli emigranti di Fastro e la sala di Abm gremita
Un libro che racconta la storia, basata su fatti veri e documentati, dei 58 abitanti di Fastro di Arsié, che il 21 dicembre 1876 decisero di partire per Rio Grande do Sul, in Brasile, spinti dalla mancanza di prospettive in patria e dalla speranza di trovare condizioni di vita migliori. Autore della pubblicazione, che si intitola "Epopea di emigranti", Egidio Dall'Agnol, nato a Bento Gonçalves - la Nuova Fastro - e nipote di Valentino Dall'Agnol, che emigrò da Arsié vero il Sudamerica nel 1886. Il giorno della partenza, si legge nel libro, «le campane delle chiese di Fastro, di Mellame e di San Vito suonavano a morto. Tutti sapevano che mai più avrebbero rivisto coloro che partivano e questa partenza aveva lo stesso significato di quella per un altro mondo». Le undici famiglie di Fastro lasciavano una situazione drammatica, afflitta da fame, povertà, un indice di mortalità infantile altissimo, epidemie (tra cui la "Falcadina"). Lasciavano un paese segnato dal passaggio di numerosi eserciti. Ma nello stesso tempo dicevano addio a parenti e amici, avventurandosi verso una terra che era del tutto nuova e sconosciuta. Con i 58 emigranti di Arsié anche altri bellunesi e vicentini, per un totale di 275 persone. Un viaggio durato 150 giorni: da Vicenza all'arrivo a Bordeaux il giorno di Natale; poi l'imbarco a Pauillac su un veliero norvegese chiamato Haugereid e la terribile tempesta tra il porto di Royan e La Rochelle, in cui persero la vita in molti, soprattutto bambini. A guidare il gruppo di Fastro il loro parroco, don Domenico Antonio Munari, che nel gennaio del 1877 scriveva al parroco di Rocca di Arsié: «Non lasciate partire per Bordeaux vostri parrocchiani; siamo tutti rovinati». Ad aprile gli emigranti italiani si imbarcano a Le Havre, a bordo della nave a vapore Portena. Il 10 maggio arrivano a Porto Alegre in Brasile e da lì vengono destinati alle colonie lungo la linea Palmeiro. Non trovano però la "terra promessa" che si aspettavano, ma l'ostilità degli indios, che si erano già visti privare delle loro terre dai "conquistadores" spagnoli, dure condizioni di vita, lunghi anni di fatica, sudore e privazioni, ore di cammino per raggiungere i lotti, dove gli emigrati lavoravano dall'alba fino a notte. «Devono con uno sforzo sovrumano trovare del cibo, lavorando nelle strade interne ed esterne delle colonie», scriveva don Munari in una lettera, pubblicata nel 1878 in "Il Tomitano", giornale feltrino dell'epoca. E lo stesso anno don Munari moriva a 39 anni, in circostanze poco chiare e misteriose, lasciando i suoi parrocchiani privi di supporto e di una guida spirituale, ma rimanendo un prezioso testimone delle condizioni di vita degli emigranti in Brasile. «Nel dicembre 2003», ha spiegato Flavio Dall'Agnol durante la presentazione del libro, «a Bento Gonçalves è stata eretta una croce in memoria di don Munari». Una cerimonia tra le tante che si sono tenute in Brasile, dopo la nascita, nel 1995, dell'Associazione delle famiglie emigrate da Fastro. Un'associazione che ha l'obiettivo di contribuire a non qdimenticare cultura e tradizioni degli avi e di mantenere i rapporti con i discendenti che vivono tuttora in Brasile, promuovendo anche pubblicazioni come "Epopea di emigranti". Il libro è arricchito da testimonianze tratte dai giornali dell'epoca e da diversi allegati, tra cui quelli che riportano la lista dei passeggeri della nave Portena e alcune lettere inviate dal Brasile, da Belluno e dal Consolato italiano di Porto Alegre.
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