Cultura, rifiuti, cibi tipici: è l’ecorifugio

Il Cai al lavoro per dare vita a un marchio doc per i “nidi” di alta quota: bandito anche il trasporto in elicottero e motoslitta
Di Francesco Dal Mas

ZOLDO ALTO. Arriva l'ecorifugio. Lo promuove il Cai, ma potranno aderirvi anche i privati. È il “nido d'aquila” che non fa salire i clienti in elicottero; che propone consumazioni a chilometro zero, con piatti tipici locali; che fa la raccolta differenziata dei rifiuti e non li smaltisce sotto qualche croda, come è avvenuto; che, soprattutto, si rende disponibile a fare educazione ambientale, in particolare alpinistica, all'escursionista che vuole godersi la montagna; che propone concerti e altre iniziative culturali adatte alle terre alte e non catturate dalla città. «È il rifugio, insomma, che non si trasforma in albergo o in ristorante», fa sintesi Simone Papuzzi, presidente della Commissione “Tam” interregionale, che domani, all'assemblea del Cai del Veneto e del Friuli, a Zoldo Alto, svilupperà un tema significativo: “Sviluppo di un disciplinare di qualità per i rifugi alpini del Cai”.

Addirittura un disciplinare, dunque, al quale saranno tenuti ad aderire tutti i 39 rifugi del Cai regionale e i 18 di quello friulano. Per la verità - ecco un altro problema - i rifugi in gestione al Club alpino erano 43, ma nell'ultimo anno ben quattro sono stati incamerati dal Comune di Domegge (tre al Pian dei Buoi) e uno dal Demanio (il Biella, in territorio di Cortina). Rispettando il disciplinare che sarà discusso in assemblea - Papuzzi, per la verità, preferisce parlare di decalogo - il rifugio potrà conquistare il riconoscimento dell'ecosostenibilità, un marchio che lo rilancerà presso una platea di escursionisti e alpinisti sempre più esigenti, amanti della montagna che vogliono provare in quota le emozioni che non vivono nelle terre basse. Ed ecco, ad esempio, una cucina che privilegia il fagiolo di Lamon o l'agnello dell'Alpago, piuttosto che prodotti importati e, magari, acquistati all'ingrosso, quindi a minor prezzo, in chissà quale magazzino. «Il menù dovrebbe essere tipico del luogo in cui il rifugio si trova», insiste Papuzzi, «quindi la cotoletta alla milanese o le lasagne alla bolognese sono mal sopportate, anche se non ci si rifiuta di cucinarle».

Il tema dei rifiuti è delicato, perché il Cai ha scoperto che qualche rifugista nel passato si è arrangiato nello smaltimento. «Raccomandiamo, è ovvio, la raccolta differenziata, con il trasporto a valle di ogni tipo di rifiuto», anticipa sempre il presidente della Tam. La riqualificazione di questi “nidi” in alta quota passa anche per l'energia solare o eolica, anziché per quella prodotta da combustibile (con tanto di inquinamento rumoroso). L'acqua in alta montagna è sinonimo di purezza, ma comunque è meglio trattarla per garantirne la sicurezza. Ed è pure necessario trattarla nello smaltimento. Verrà sostenuto, nel disciplinare, che il rifugio del Cai si raggiunga a piedi e che l'elicottero o la motocicletta, piuttosto che il fuoristrada, dovrà essere utilizzato esclusivamente per il trasporto dei materiali e di chi si trova in condizioni di emergenza. No, quindi, all'eliturismo per trasportare i turisti. Bandita anche la motoslitta d'inverno, per i rifugi che aprono. Da selezionare anche gli appuntamenti culturali o ricreativi, in modo che l'alpinità, con i suoi valori come il silenzio, sia davvero preservata.

A questo punto, se un rifugista è così virtuoso, si merita una qualifica. O la merita il suo ambiente. Ecco, appunto, l'ecorifugio, con tanto di targa che lo qualifica e di segnalazione sulle guide. Per chi, invece, non rispetta il disciplinare potrebbero esservi addirittura delle sanzioni, come l'espulsione stessa dall'albo dei rifugi del Cai, quindi dal Cai stesso. «È una materia delicata che dobbiamo insieme perfezionare», mette le mani avanti Papuzzi.

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