Coronovirus a Belluno, raddoppiati gli anziani positivi nelle case di riposo

BELLUNO. Le case di riposo sono diventate il vero centro dell’epidemia in provincia. Lo dicono i dati che arrivano direttamente dalla Regione. Per quanto riguarda la provincia di Belluno, il 19 aprile gli ospiti delle strutture per anziani risultati positivi erano 193. Un numero elevato, se si pensa che soltanto sei giorni prima erano 97: in poche parole, siamo di fronte a un raddoppio dei casi.
L’unico dato che non è così catastrofico è l’aumento del numero dei decessi: dai 24 del 13 aprile, si è passati ai 28 di domenica scorsa.
Questo dato fa riportare l’epidemia nel Bellunese all’interno del quadro veneto: nelle case di riposo bellunesi, infatti, la percentuale di deceduti con Covid-19, rispetto al numero degli ospiti positivi, è del 12,6% (era pari al 19,8% sei giorni fa). Il dato regionale è pari al 14,8%.

I numeri resi noti ieri dalla Regione sono molti attinenti alla realtà, visto che derivano dalla campagna di tamponamento e di test sierologici che la giunta Zaia, tramite le aziende sanitarie locali, ha messo in atto non appena è stato evidente quanto stava avvenendo all’interno delle strutture per anziani. «Un monitoraggio che intendiamo portare avanti ogni 15 giorni per seguire, passo dopo passo, l’evolversi della situazione», ha detto ieri l’assessore veneto alla sanità e sociale Manuela Lanzarin nel consueto punto stampa di mezzogiorno.
Ma come mai ci sono numeri così importanti in queste strutture? Cosa non ha funzionato? Sono queste le domande che si pongono i cittadini e per primi gli stessi sindaci.
«Credo che ci siano diverse concause», precisa Jacopo Massaro, sindaco di Belluno e presenti della Conferenza dei sindaci dell’Usl 1. «Da una parte l’iniziale mancanza di dispositivi di protezione individuale: alcune case di riposo hanno fatto subito rifornimento, altre sono arrivate forse tardi e in un momento in cui, per non lasciare sguarniti gli ospedali, le mascherine sono state sequestrate alle dogane. In altri casi questi Dpi sono arrivati in ritardo. Serviva a mio parere un’organizzazione centralizzata per l’acquisto di questi strumenti di protezione».
Per Massaro un altro motivo dell’ampliamento del contagio nelle Rsa deriva dal fatto che «alcune strutture non hanno gli spazi adeguati per isolare i pazienti positivi, questo fattore ha creato ulteriori criticità. E poi, per una gestione più aggressiva dell’epidemia, serviva fin da subito avviare una campagna di tamponi che coinvolgesse sia gli operatori, sia gli ospiti presenti, ma anche quelli che venivano da fuori. Alla Gaggia Lante di Belluno, per fare un esempio, l’unico caso di ospite positivo è quello che è arrivato dall’ospedale. E per fortuna alla residenza di Cavarzano c’erano gli spazi per isolare questi pazienti».
Per il presidente della Conferenza dei sindaci sarebbe risultata utile un’operazione sistematica sui tamponi. «Purtroppo, anche ora che si è deciso di avviare questa campagna a tappeto, si è creato un intasamento inevitabile nei laboratori, per cui ci sono case di riposo che attendono ancora oggi gli esiti dei test eseguiti l’8 aprile scorso».
Queste criticità si aggiungono poi al fatto che «anche noi sindaci, che siamo in prima linea nella gestione dell’epidemia, non siamo tenuti al corrente, da chi di dovere, sui numeri sui contagi. Il più delle volte veniamo a saperli dalla stampa. Servirebbe conoscere quanti sono comune per comune i contagiati, per avere una visione di insieme, invece ogni sindaco conosce solo quanti sono i suoi cittadini contagiati. E questo è un limite».
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