Coronavirus, Berton: «I fondi dei Comuni di confine per combattere la povertà tra i bellunesi»

La presidente di Confindustria: «Fondamentale ripartire, ma il Governo è incapace di prendere decisioni ». Sulle fabbriche: «La sicurezza è la priorità. Adottate misure rigorose, sanzioni zero»

BELLUNO. Rischiamo la povertà? «Sì e vorrei lanciare una proposta», scende in campo Lorraine Berton, presidente di Confindustria Belluno. «Stiamo ragionando su una riattivazione del fondo welfare territoriale come successo dopo Vaia, per aiutare le persone in difficoltà. I sindaci potrebbero decidere di stanziare una somma importante dei fondi per le aree di confine per questa iniziativa. E non si dica che le regole non lo consentono: se c’è la volontà politica, si può fare».

Il presupposto? Quel differenziale di 150 imprese tra quelle nate e quelle “decedute” nel primo trimestre, secondo gli ultimi dati della Camera di commercio: «Il 2020 era già iniziato con un rallentamento economico, che poi si è trasformato in un crollo che, molto probabilmente, sarà ben peggiore rispetto alla grande crisi del 2008. Al momento le nostre associate stanno reggendo, sia pure tra molte difficoltà, ma fino a quando? È fondamentale ripartire, superando la logica anacronistica dei codici Ateco e puntando sulla sicurezza nelle aziende, partendo dal protocollo sottoscritto il 14 marzo dalle parti sociali. Pareva che dagli incontri di sabato pomeriggio uscisse qualche decisione in tal senso, invece non c’è alcuna novità, a conferma dell’incapacità del Governo di prendere decisioni e di fare sintesi, nonostante le centinaia di consulenti riuniti in troppe task force, dove la confusione evidentemente prevale. Le esperienze di altri Paesi dimostrano che è possibile pianificare una ripartenza che ci consenta di convivere con il virus, è in gioco la tenuta economica e sociale del Paese. Noi ne siamo consapevoli, mi chiedo se lo stesso si può dire per chi ci governa».

Ma perché quelle 150 imprese di differenza?

«È evidente che a soffrire siano soprattutto il commercio e l’artigianato: negozianti, parrucchiere, bar, ristoranti, e altre attività che da mesi sono chiuse, senza alcuna entrata. Come industriali non possiamo non pensare anche a queste realtà, che sono parte delle nostre comunità».

Già da oggi le industrie autorizzate lavoreranno a ranghi meno ridotti che la scorsa settimana?

«La situazione è molto diversificata e molto complessa. Ci sono aziende chiuse che potrebbero lavorare perché hanno ordini, altre che possono lavorare, ma non ne hanno abbastanza. E questo è, in prospettiva, il vero problema. In mezzo, ci sono aziende attive, a ranghi più o meno ridotti, che operano per tenere vive le filiere. I mesi a venire saranno complicatissimi in tutti i sensi e il rallentamento o meno della domanda del mercato interno e internazionale sarà il vero ago della bilancia, perciò le politiche economiche dovranno essere adeguate immediatamente a questa ulteriore emergenza».

I livelli di sicurezza sono massimi. L’unico problema è quello esterno: dei trasporti?

«In linea generale, posso dire con certezza e cognizione di causa che la sicurezza è stata la priorità nelle nostre aziende. Si sono subito adottate misure stringenti, anche più rigorose rispetto ai vari protocolli. E ciò è confermato dal numero di sanzioni dello Spisal e della Guardia di Finanza: zero. Anzi, spesso i controlli si sono conclusi con i complimenti per le misure adottate. E questo perché, lo sottolineo nuovamente, gli imprenditori sono i primi ad avere a cuore la sicurezza e la salute dei dipendenti. Il trasporto pubblico resta un tema che va affrontato con attenzione e cautela».

Saranno numerosi i casi di orario ridotto per organizzare al meglio i turni?

«Vediamo quali saranno le indicazioni del Governo, che speriamo arrivino presto. Abbiamo davanti una fase in cui bisognerà convivere con il virus, adottando soluzioni organizzative opportune. Gli imprenditori sono aperti al cambiamento, spero sia lo stesso anche per le altre parti sociali».

La liquidità promessa dal Governo finalmente arriva?

«I provvedimenti sulla liquidità sono totalmente inadeguati e lo stiamo vedendo in questi giorni. Gli strumenti sono inefficaci. Se i soldi arrivano, sostanzialmente si chiede alle aziende di indebitarsi, con limiti all’accesso al credito che non tengono minimamente conto dell’eccezionalità del momento e con prestiti che vanno restituiti in sei-otto anni. Ciò significa distruggere parte del patrimonio manifatturiero del Paese, con pesanti ripercussioni sociali, e questa volta la politica ne risponderà in prima persona. Inoltre è necessaria la sospensione dei pagamenti fiscali per tutto il 2020 e di misure, sempre sul fisco, per incentivare i consumi e la perdita di fatturato, fondamentale il ridimensionamento della burocrazia».

Il turismo dipenderà anche dalle ferie. Sono tante le imprese costrette a rinunciare?

«Da un lato, spero che le aziende siano “costrette” a rinunciare alle ferie estive, perché ciò vorrebbe dire che c’è quel rimbalzo che tutti auspicano, ma al quale pochi credono. Sarebbe tuttavia un errore creare una contrapposizione tra le esigenze del turismo e quelle delle aziende produttive: credo che le ferie estive si potranno fare, magari senza chiusure collettive e confido che tutti abbiano il buon senso di farle in questo paese meraviglioso che è l’Italia».

Non passa giorno che gli imprenditori tedeschi non sollecitino quelli italiani a riprendere, specie per i semilavorati. Significa che la Germania sarà collaborativa?

«In Germania assistiamo a due atteggiamenti contrapposti. Da un lato, c’è chi auspica una “solidarietà interessata” per l’Italia, perché c’è la consapevolezza della forte integrazione economica tra i due Paesi. Dall’altra c’è l’ottusità politica di chi, anche davanti a una delle più drammatiche crisi della nostra storia recente, pensa alle prossime elezioni e non alle prossime generazioni».

A proposito. .. Mes o Eurobond?

«Gli Eurobond sono uno strumento necessario, non solo per affrontare la crisi economica, ma anche per dimostrare che l’Europa esiste. Il rischio è una disgregazione, la fine del più importante progetto politico del Novecento. Nel frattempo, se ci sono altri strumenti, usiamoli a prescindere dal nome».

Dai dati Unioncamere pure il metalmeccanico perde qualche impresa. Immagino nell’artigianato. È una sorpresa?

«Purtroppo no. Come associazione ci stiamo ponendo il tema delle aggregazioni. Un percorso che potrebbe essere obbligato per alcune realtà, anche solo per evitare la chiusura; bisognerà avere molto più coraggio che nel passato».

Eppure il metalmeccanico è rimasto attivo per il 56%. Se avesse chiuso saremmo a contare molti più morti?

«Sicuramente. Ma il tema vero è quello delle filiere. Aver deciso le chiusure in base ai codici Ateco vuol dire essere fermi al Novecento, ignorando la forte integrazione delle nostre filiere produttive: è giunta l’ora di un radicale cambiamento».

Perche il presidente Bonomi rappresenta una carta in più per il Bellunese?

«Innanzitutto perché è sempre stato vicino alla nostra associazione, con sinergie sui servizi e altre iniziative che ci hanno visti insieme. In secondo luogo perché condividiamo la sfida delle Olimpiadi Invernali del 2026, che potrà e dovrà essere occasione per un pronto rilancio, anche del turismo. Sottoscrivo ogni parola del suo discorso pronunciato appena dopo la sua designazione. Abbiamo una classe politica smarrita e in una situazione come questa, il Paese non se lo può permettere».
 

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