Confindustria Belluno: «Fondamentale riaprire, è in gioco la tenuta sociale del Paese»

BELLUNO
Se due settimane fa più di 6 aziende, circa 7 ogni dieci, si erano fermate, da domani potrebbe riaprire la metà, quindi 5 ogni dieci.
È la convinzione che si sono fatti Cgil, Cisl e Uil. Imprese che riaprono, ovviamente per segmenti di lavoro, sulla base della filiera. La De Rigo Refrigeration, ad esempio, per la refrigerazione nelle celle mortuarie. Oppure Clivet, o, ancora, la Forgialluminio. Aziende, dunque, titolate a farlo, anche se il sindacato per alcune ha qualche dubbio. Confindustria non obietta, non polemizza, ma guarda oltre.
Chiede agli associati il sacrificio ancora di una settimana. «Dopo il 13 aprile è fondamentale riaprire le fabbriche, ovviamente garantendo la massima sicurezza e tutelando le persone più fragili e a rischio. È in gioco la tenuta economica e sociale del Paese, con una crisi che si annuncia peggiore di quella del 2008» sostiene il direttore Andrea Ferrazzi, che in questi giorni ha cercato, insieme alla presidente Lorraine Berton, di rassicurare, se non proprio di tranquillizzare.
In provincia oltre la metà delle imprese sono chiuse – ammette anche Confindustria – e le richieste di cassa integrazione riguardano circa duecento imprese industriali, per un totale di quasi ventimila addetti. Si sa che sono in corso controlli severi, nelle aziende attive, per verificare se le loro lavorazioni corrispondono effettivamente al codice Ateco o ai presupposti della filiera.
Il Centro Studi di Confindustria stima una perdita di 10 punti di Pil sul primo semestre di quest’anno. Un dato drammatico che potrebbe ridursi di quattro punti, attestandosi a – 6% a fine 2020, solo a condizione che il 90% dell’attività economica riprenda entro la fine di maggio. «Sono urgenti misure a sostegno della liquidità delle imprese – va al nodo dei problemi il direttore Ferrazzi -, così come è urgente pianificare una ripresa delle attività economiche, coerentemente con le esigenze di tutela della salute e con le indicazioni della comunità scientifica. Altrimenti molte aziende potrebbero non riaprire, con un’esplosione della disoccupazione».
È un messaggio che Confindustria Dolomiti lancia di fatto anche al sindacato. «Il Governo deve difendere i suoi asset strategici e il patrimonio di imprese manifatturiere, di tutte le dimensioni, che hanno garantito occupazione e benessere diffuso» afferma Ferrazzi. «Ma non è solo una questione economica. C’è anche un aspetto sociale, in Italia poco considerato: gli effetti della quarantena sulle persone. Negli altri Paesi si discute molto degli effetti sulla salute mentale delle persone in isolamento forzato. C’è un pessimo clima sociale, su cui rischia di innestarsi una crisi economica senza precedenti. È una miscela che rischia di essere esplosiva. Bisogna dunque riaprire le fabbriche – insiste il direttore -, permettere alle persone di andare a lavorare, ripartendo dal protocollo sulla sicurezza sottoscritto dalle parti sociali il 14 marzo scorso, momento di convergenza importante che è stato poi vanificato dalla forzatura dei sindacati sulla chiusura per decreto delle attività produttive, peraltro con un metodo fuori dal tempo come quello dei codici Ateco, che non tiene conto della fortissima integrazione delle filiere. Una scelta che ha vanificato i grandissimi sforzi di tutte le aziende per assumere tutte le azioni necessarie alla tutela della salute dei lavoratori, provocando una grande confusione, aumentando le tensioni e creando fratture pericolose».
Il rapporto tra Confindustria Dolomiti e Cgil, Cisl e Uil è sempre stato cooperativo. Ma il virus l’ha un po’ infettato. E non si sottrae a qualche pizzico di polemica neppure il direttore di Confindustria. «Purtroppo una parte dei sindacati bellunesi si è dimostrata culturalmente inadeguata ad affrontare questa crisi epocale. Hanno deciso di giocare la partita sbagliata nel momento più sbagliato. Non basta rispolverare il lessico degli anni Settanta per riportare indietro di cinquant’anni le lancette della storia. Con la scusa di difendere i lavoratori, negli ultimi giorni alcuni sindacalisti locali volevano sostituirsi agli imprenditori, alla Prefettura, alle forze dell’ordine, con iniziative inqualificabili». A chi si riferisce Ferrazzi è presto detto. A componenti della Cgil e in particolare alla Fiom e alla Filctem, che nei giorni scorsi hanno mosso critiche severe.
«Ciò che non hanno capito è che gli imprenditori sono i primi a avere a cuore la salute dei propri collaboratori. E questo è emerso anche nelle centinaia di telefonate avute – ricorda Ferrazzi -. Un manager di una delle nostre aziende mi ha detto chiaramente che una delle sue principali preoccupazioni è di perdere i talenti che ha in azienda. Del resto, al di là dei rapporti umani che sono comunque importanti, se le imprese investono molto in formazione e competenze è perché la qualità dei lavoratori è e sempre più sarà un fattore di competitività».
Per questo è necessario programmare la partenza, secondo il direttore generale di Confindustria, condividere soluzioni che possono tutelare le persone più a rischio e fragili, avviare iniziative comuni come l’attivazione del fondo welfare per affrontare il disagio sociale che purtroppo ci sarà anche in provincia. «Una parte del sindacato è disponibile a ragionare su questi temi, chi vorrà continuare con battaglie fuori dal tempo si assumerà le proprie responsabilità, prima di tutto verso quei lavoratori che pensano di rappresentare». —
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