Antonella Fabbri se n’è andata ma la sua forza resterà per sempre
Vedeva l’hospice non solo come luogo di accompagnamento verso una fine conosciuta e inevitabile, ma soprattutto come uno spazio dove il tempo, le relazioni, le piccole abitudini acquistano un valore nuovo e più profondo

Grata alla vita e al suo tumore. Con cuore e colore, positività e dignità, fino all’ultimo respiro. E ora, forse, con lo stesso spirito, anche alla morte. «Voglio che la morte mi colga viva», affermava appena due settimane fa, narrandoci la sua esperienza a Casa Tua Due, dove da fine febbraio riceveva amorevoli cure di sollievo e presenza e carica umana.
Vivendo l’hospice non solo come luogo di accompagnamento verso una fine conosciuta e inevitabile, ma soprattutto come spazio dove il tempo, le relazioni, le piccole abitudini acquistano un valore nuovo e più profondo.
Così era Antonella Fabbri, e così avrebbe voluto essere ricordata. Non come una “guerriera” che ha condotto una “battaglia” contro un “mostro”. La narrazione che faceva di sé e della sua malattia – attraverso il suo diario e lascito “Di testa mia” e ancor più il suo modo di godere con fiducia il fugace tempo concessole – sconfinava ogni facile retorica sul cancro.
Nata nel 1962 a Macerata, dove si laurea in Giurisprudenza, dopo aver vissuto in diverse città del Veneto, Antonella si stabilisce a Belluno, dove ha lavorato presso enti pubblici. Esigente verso se stessa, appassionata di sport e profondamente legata alla sua famiglia, ha affrontato ogni esperienza come un’occasione per imparare e crescere.
La sua storia è quella di una donna come tante. «Un susseguirsi di tanti impegni, lavori, preoccupazioni. Figli, famiglia, carriera», ci raccontava ad inizio anno. «Appartengo alla generazione delle donne degli anni ’60, che ha attraversato la necessità di un riscatto professionale rispetto ai ruoli assegnati. Abbiamo voluto prepotentemente dimostrare di essere ottime professioniste, capaci organizzatrici, multitasking, adattabili, risolutrici».
Fino, il 6 aprile 2021, a quella diagnosi. Glioblastoma multiforme di quarto grado. Un tumore ad oggi senza cura, e che concede solitamente un’aspettativa di vita molto breve: 15-18 mesi. Tutto cambia all’improvviso. La necessità di convivere con quel male.
La scelta coraggiosa di non arrendersi alla paura, ma di vivere e raccontarsi. Lo faceva con una forza dolce non scontata, anche quando il sentiero era ripido. Con una proprietà di linguaggio non comune, una testa sopraffina, parole di sostanza, una sagacia inusuale, un sorriso quasi irriverente.
Con negli occhi la luce coinvolgente di chi ha seguito il cuore anche quando tremava un po’. Con fiducia e serenità, ma anche la lucida consapevolezza di un destino inesorabile.
«Non si può parlare di ottimismo, diciamolo chiaramente: ho imparato a convivere con una patologia letale che in ogni momento potrebbe manifestarsi in tutta la sua aggressività», ammetteva con concretezza.
«Sono stata fortunata? Probabilmente sì. Sicuramente ci vuole un’energia positiva e propositiva. Cambiare completamente prospettiva, accettare una realtà che può mutare senza preavviso. Ho imparato che, nell’attesa di una risonanza o di un controllo, si può esercitare una bellissima vita».
Così ha fatto, Antonella, prendendo il tumore come «una grandissima opportunità per fare finalmente le cose che più mi piacevano. Esperienze, viaggi, cammini, incontri, condivisione. Non parlando della malattia, ma della bellezza della vita. Il dono più prezioso, comunque vada», ripeteva.
«Non mi sono mai chiusa nel pensiero “morirò”; so che succederà, ma non è adesso. E finché non sarà l’ora vale la pena giocarsi tutte le carte. Senza cercare compassione: servono vicinanza, sostegno, fiducia. Non parlo mai di speranza. Ma di fiducia. Nella scienza, nella medicina. Io non vedrò la soluzione, lo so già. Ma arriverà».
Con lo stesso animo Antonella ha vissuto i suoi mesi a Casa Tua Due. «Qui la giornata è fatta di tante piccole attenzioni: la brioche della mattina alle 7, l’esser accompagnata fuori con il letto per fumare una sigaretta, una partita a carte. Persone che passano per aiutarmi a mangiare o farmi compagnia. La figlia di una mia amica che mi legge dei libri», ci raccontava nella sua ultima intervista.
E ancora il pane fatto in casa, il kefir, le verdure da comprare e cucinare, le pizze, il sushi mangiato insieme a 14 persone, la musica dentro l’hospice. Voleva la quotidianità anche dove sapeva già non ci sarebbe stata uscita. Una normalità che significava per lei non semplicemente sopravvivere, ma continuare a mantenere affetti, sentimenti, interazioni con il mondo circostante.
Un inno fragile e potente al presente e all’amore che resta e consola, la sua convivenza con il tumore. Una storia che Antonella ha sentito «l’urgenza assassina» di raccontare nel suo libro edito con il sostegno della Fondazione Giovanni Celeghin. «Mi sono resa conto che se fossi morta di lì a poco, le mie figlie avrebbero saputo poco o nulla di me», confidava. «Ho avuto il bisogno di ripercorrere una storia non solo personale, ma familiare. Per lasciare a loro e a chi mi conosce un diverso modo di interpretare la vita, anche quando sembra tutto stia andando a catafascio». Ora quella testimonianza di energia positiva, cuore, lucidità, fiducia incrollabili c’è. Va raccolta e portata avanti.
Immenso è il cordoglio in chi è rimasto colpito dalla sua storia, in chi l’ha conosciuta, in chi l’ha amata. In particolare, con queste parole la ricorda il marito Fabio “Rufus” Bristot: «Antonella, è stato prima un onore, poi un privilegio averti conosciuto ed amato, anche nelle incomprensioni. Sei stata straordinaria nella determinazione di esserci. Sempre. Non amavi la definizione di “guerriera” in questo lungo percorso, ma per tutti noi sei stata la forza. Sarai così ancora, forza e luce purissima per nostra figlia Caterina, il dono meraviglioso che hai voluto offrimi e di cui eri innamorata. Ti bacio!».
Riproduzione riservata © Corriere delle Alpi








