Emma non sa darsi risposte «Credo non sia stato intuito il potenziale di questa idea»

La Taveri adesso sta portando avanti un lavoro simile nel Brindisino Con lei ha due ragazze agordine assunte in pianta stabile nel team 

L’INTERVISTA

«Per me “Recharge in nature” è stato il più grande laboratorio professionale e anche la più grande delusione» .

A più di un anno dall’addio al progetto di marketing per i sette comuni del Medio-Alto Agordino che aveva contribuito a costruire e concretizzare, Emma Taveri torna a parlare «di un’esperienza che», dice, « è considerata una delle pratiche migliori di marketing turistico in Italia e all’estero».

Perché il progetto si è arrestato?

«Non so darmi una risposta. So che c’erano sindaci che volevano portarlo avanti e che, tuttora, ci sono operatori che mi scrivono e che erano entusiasti di ciò che avevamo costruito. Forse hanno inciso dinamiche politiche? Forse è mancata la visione? Credo che non sia stato compreso il potenziale enorme che c’era».

In cosa consisteva?

«Noi non facciamo promozione classica con le brochure e i cartelli, ciò appartiene al passato. Sono inoltre sistemi non monitorabili, né targhettizzabili e rappresentano anche dei fallimenti a cui sono andati incontro nel tempo alcuni territori. Ci siamo avvicinati a una realtà come quella dell’Agordino che aveva problemi e con creatività ci siamo adoperati per provare a risolvere alcune situazioni. C’era la questione della competitività col Trentino Alto-Adige, il problema delle strutture ricettive che non erano state rinnovate e quello, collegato, dell’accoglienza. Si puntava molto sull’Est Europa senza ritorno per l’economia locale. Ci siamo inventati “Recharge in nature” per intercettare le nuove tendenze. Lo abbiamo fatto con strategie che, capiamo, non è sempre facile comprendere, ma i risultati raggiunti sono tangibili».

Quali sono?

«Per una vacanza gratis di cinque giorni in rifugio sono arrivate 19 mila richieste da tutto il mondo. Abbiamo chiesto chi volesse poi essere contattato per la promozione di pacchetti turistici a pagamento e 3 mila hanno detto di sì. Anche l’anno successivo molti sono arrivati nella destinazione perché ne avevano sentito parlare attraverso la nostra campagna. Abbiamo creato un brand “Heart of the Dolomites” . E poi “Recharge in nature” , nato nelle Dolomiti, è diventato un caso studio in Italia e all’estero. Ne ho parlato al Bto di Firenze, al Ttg di Rimini, alla Bit di Milano. Non lo dico io, ma gli addetti del settore, che è stata una delle esperienze di maggior successo negli ultimi tempi. Oggi stiamo facendo qualcosa di simile a Brindisi, la mia città: un invito rivolto ai nomadi digitali per lavorare a distanza per dieci giorni su una barca a vela ormeggiata in città».

Quella in Agordino è un’esperienza conclusa?

«Avevamo partecipato alla gara del marzo scorso, proponendo 15 pacchetti già pronti, ma la commissione non ha valutato positivamente la nostra proposta. Io non dico che dobbiamo essere noi a portare avanti un lavoro iniziato, ma penso sia un peccato che il territorio non prenda in carico ciò che è stato fatto. Anche perché sul territorio si sono create delle competenze. Penso ad Amina De Biasio e a Elisa De Nardin che facevano parte del team locale e che, dopo i dubbi iniziali, si sono entusiasmate: oggi lavorano a tempo indeterminato per Destination Makers e collaborano dalle Dolomiti al progetto di Brindisi».

E di fronte alla pandemia?

«Ha portato tanta gente in alcuni luoghi, ma dobbiamo ricordare che è un fenomeno temporaneo. Il turismo va gestito. Se si accolgono tutti, senza puntare a un target anche legato al budget, si rischia che la situazione non cambi. Oggi c’è una grande chance per attrarre lavoratori da remoto. Anche in Agordino». —



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