Case “sociali” per i giovani il progetto diventa un libro

Da quattro anni i dodici alloggi delle sorelle Venturin sono occupati da ragazzi «L’obiettivo è quello della solidarietà verso la “generazione mille euro”»

FELTRE

Nato come “progetto casa” nel 2016, il primo “housing sociale” in provincia di Belluno e fra i primi nel Veneto, compie quattro anni: l’esperienza della coabitazione in condominio, dodici alloggi distribuiti su due palazzine in via Belluno assegnati a giovani affittuari con etica di buon vicinato, diventerà un libro da scrivere a tante mani, quelle degli inquilini che metteranno su carta la loro esperienza per la pubblicazione.

Dal 2016, di passi ne sono stati fatti. Come racconta Roberta Venturin che con la sorella Marilena ha ereditato i piccoli appartamenti dai genitori, c’erano tante questioni da chiarire. In passato gli appartamenti erano occupati da inquilini sui generis, alcuni dei quali spesso insolventi. Le sorelle hanno incaricato un legale, Guido Luciani, per seguire l’intera partita. E l’avvocato è stato tanto bravo a mediare che le case sono state liberate bonariamente.

Le eredi hanno investito buona parte della liquidità lasciata dai genitori, al netto delle spese di successione, per mettere a norma e arredare gli alloggi e assegnarli a giovani senza grandi potenzialità di reddito. «Il fine non è mai stato quello del lucro», spiega Roberta Venturin che si è trasferita in uno degli appartamenti di via Belluno con la famiglia, «per condividere con gli altri inquilini le stesse opportunità, gli stessi diritti e doveri, del contesto condominiale».

«Il fine è stato e resta quello della solidarietà sociale destinata a una fascia specifica, quella dei giovani, anche se di poco maggiorenni, i più sottooccupati e inoccupati, in attesa di lavoro. La generazione “1000 euro”».

Con i proprietari, i ragazzi che hanno un’età compresa fra i diciannove e i trent’anni, possono sottoscrivere un contratto con formula “tre più due” anni. «Abbiamo visto famiglie che si costruivano in questo nido e che quando si sono allargate, per la nascita del primo figlio, hanno lasciato l’appartamentino non senza tristezza loro e nostra».

Di bambini, dal 2016 ad oggi, ne sono nati quattro. E i genitori hanno dovuto cercare un alloggio un po’ più grande della piccola e accogliente “arnia” dove sono nati e cresciuti gli affetti stabili e le coppie.

«Quando ci siamo ritrovate sole con questa eredità da gestire», racconta Roberta con l’avvocato Guido Luciani che da sempre la affianca, «abbiamo contattato le imprese edili e artigianali che, in questa sciagurata congiuntura, se la passavano peggio ed erano a rischio di chiusura e le abbiamo coinvolte, cercando di distribuire i carichi in modo tale che potessero lavorare un po’ tutte. Abbiamo messo a norma tutti gli appartamenti dal punto di vista delle reti tecnologiche, e dotato una buona parte di alloggi di stufe a pellets, anche queste tutte a norma, per produrre un risparmio sul gas. Poi ci siamo occupate di arredare gli alloggi, guardando a soluzioni economiche ma confortevoli».

Conclude Roberta Venturin: «Mi piace verificare in prima persona cosa significa housing sociale e cosa significa riscoprire e mettere in atto i rapporti di buon vicinato, fatti di contatti diretti o nella chat condominiale, di conoscenza di chi ci abita alla porta accanto, di sensibilità e solidarietà, che può andare da un po’ di zucchero in prestito, alla macchina da spostare, insomma al piacere che si può fare o ricevere e all’attenzione che si può riservare ai nostri coinquilini». —



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