Coronavirus. Dolomiti, la rivolta contro i turisti: «Lasciate le seconde case»

BELLUNO
«Villeggianti delle seconde case, per favore non venite. E se siete già qui, tornate nelle vostre case al più presto». È l’appello che i sindaci delle Dolomiti, con il presidente della Provincia Roberto Padrin, rivolgono da giorni a trevigiani, veneziani, padovani, ma persino a lombardi e turisti di altre regioni.
Dall’emergenza coronavirus, infatti, le case di villeggiatura sono quasi tutte aperte (mentre, si sa, gli alberghi sono chiusi). «Sabato e domenica scorsi abbiamo avuto l’invasione di turisti, e Dio non voglia che ci abbiano contagiato», protesta Giancarlo Ianese, sindaco di Comelico Superiore e presidente dell’Unione montana. «Noi vogliamo essere ospitalissimi, ma in questi giorni abbiamo letteralmente paura. Lo sa che ci sono proprietari di seconde case che arrivano addirittura di notte e altrettanto fanno i turisti che hanno preso in affitto degli appartamenti».
«Serve un intervento solerte delle istituzioni per risolvere questa situazione», sollecita Stefano Fiori, residente a San Vito di Cadore. «Il nostro paese, nonostante gli inviti a restare a casa, è invaso da veneti». «Secondo me», prosegue, «se vivi e lavori per 300 giorni all’anno in una città con molti contagi, non puoi pensare di trascorrere la quarantena in una zona del paese ancora fortunatamente risparmiata dall’epidemia, in più passeggiando come se fossi in ferie e frequentando gli unici negozi aperti».
Tatiana Pais Becher, sindaco di Auronzo, ha chiesto alla Polizia municipale di verificare chi abita le seconde case, se sono i proprietari o famiglie in affitto. «Non vogliamo essere scortesi, ma mi richiamo alla responsabilità dei turisti affinché accolgano l’invito del Governo a ritornare a casa. Ne abbiamo visto, in questi giorni, a Cortina, magari riposare al sole con vicino la mountain bike».
Pais Becher spiega che il suo appello «è finalizzato unicamente a tutelare la salute dei concittadini e ad evitare che un aggravio di persone ammalate possa compromettere il funzionamento delle strutture ospedaliere locali». Analogo è stato l’appello del sindaco di Cortina, Giampietro Ghedina.
«In effetti», spiega l’assessore regionale alla Protezione civile, Gianpaolo Bottacin, «un problema c’è. E lo rilevo a tutto beneficio dei villeggianti. Qui non dispongono del loro medico di famiglia. Se hanno la febbre devono dichiararsi eventualmente alla guardia medica, gravando su una situazione di emergenza che potrebbe diventare molto pesante già dai prossimi giorni».
L’assessore precisa che i proprietari di seconde case sono legittimati ad abitarle in base alla specifica ordinanza governativa, ma sta alla loro coscienza occuparle o meno.
Scende in campo anche il presidente della Provincia, Roberto Padrin. «Mi riferiscono di proprietari di seconde case che si stanno spostando per raggiungere i nostri territori di montagna. Questo non va assolutamente bene. In questo momento dobbiamo rispettare le misure di contenimento del contagio ed evitare così di mettere sotto pressione il sistema sanitario. Cerchiamo di non mettere in difficoltà anche gli uomini e le donne delle forze dell’ordine che stanno lavorando per la sicurezza di tutti».
Ma in provincia di Belluno, a Cortina in particolare, è aperto anche qualche albergo. E, in ogni caso, in tanti alberghi è rimasto il personale straniero che non ha potuto raggiungere i paesi d’origine, nell’est europeo. «Quassù, al passo Pordoi, nevica che è una meraviglia», ci raccontava ieri l’albergatore Osvaldo Finazzer. «Tutti gli esercizi sono chiusi, ma i nostri collaboratori si sono riuniti nel mio albergo in attesa che i consolati dei rispettivi paesi concedano loro l’autorizzazione a rientrare».
«Alcuni di loro», prosegue, «dovevano prendere l’aereo da Verona l’altro ieri, ma all’ultimo momento il volo è stato cancellato. Chi si è azzardato a partire in auto da solo è stato fermato al confine con la Romania, dove nell’attesa per lunghe ore, in fila alla frontiera, si è beccato anche il virus».
I “prigionieri” degli alberghi rimarranno tali sino alla fine dell’emergenza. «Li accogliamo come fossero nostri familiari, ma loro vorrebbero tanto tornare a casa», conclude la disamina di Finazzer. —
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