Danni da rendere per il figlio morto nel lago: l’assicurazione viene incontro ai familiari

Per la tragedia del 2003 a Farra d’Alpago la Cassazione ha dato parte della colpa alla vittima, imponendo di ridare 150 mila euro. La compagnia si accontenta di 42 mila

Gigi Sosso
Il recupero del corpo di Emanuele Costa
Il recupero del corpo di Emanuele Costa

 

Gesto di umanità di Generali. La compagnia di assicurazione di Enel e Comune di Alpago è venuta incontro alla famiglia di Emanuele Costa, il ragazzino di 12 anni di Farra d’Alpago che il 17 luglio 2003 annegò in una pozza di acqua e fango del lago di Santa Croce.

L’estate scorsa la Corte di Cassazione aveva deciso che fu anche colpa della vittima, dal momento che non sapeva nuotare, e della propria madre, perché non avrebbe vigilato a sufficienza nel momento in cui il figlio le aveva chiesto di poter andare a fare un bagno in quelle acque limacciose e pericolose. Ed era stato disposto che fosse restituito il 20 per cento del risarcimento ricevuto dalla famiglia.

Ora la somma iniziale da restituire, 150 mila euro, è scesa a 42 mila e il caso è chiuso una volta per tutte.

Il Tribunale di primo grado aveva riconosciuto 400 mila euro alla mamma Maria Vittoria e 200 mila ai nonni, aggiungendone 50 mila di danno di agonia.

Una richiesta quest’ultima avanzata dall’avvocato Alessandra Gracis e accolta, sulla base del fatto che Emanuele si è sicuramente reso conto di morire, in una ventina di centimetri di acqua torbida e due metri di fango e limo.

«Generali ha accettato di ridurre l’importo e dobbiamo essergliene grati», sottolinea la toga coneglianese, «i familiari non avevano più tutto quel denaro a disposizione, perché c’erano stati degli investimenti e i 42 mila euro è tutto quello che possono corrispondere. Abbiamo trovato una soluzione conciliativa più leggera, anche se rimango convinta che, se ci fossero stati i necessari cartelli di pericolo, Emanuele non si sarebbe avventurato. Secondo la suprema corte, invece, li avrebbe ignorati comunque e sarebbe andato incontro alla morte».

Maria Vittoria Costa si è detta sollevata per questo epilogo. Nessuno le potrà restituire un figlio, ma ha condiviso questa soluzione, arrivata alla fine di un lungo e tortuoso lavoro di Gracis.

Il legale aveva scritto nel ricorso che alle 14 di quel giorno il bacino di Santa Croce era quasi prosciugato dalle laminazioni, ma c’erano delle fosse piene di limo, nelle quali non era possibile nuotare.

Un cartello di divieto di balneazione o la presenza di un bagnino avrebbero evitato la tragedia, dunque la completa responsabilità era dell’ente nazionale dell’energia elettrica, che non aveva provveduto a segnalare adeguatamente il pericolo.

Adesso la cartellonistica di pericolo esiste, anche accanto alla statale 51 di Alemagna, ma solo tre anni fa è successo che una donna di nazionalità vietnamita li abbia completamente ignorati, andando in arresto cardio-circolatorio, annegando inerosabilmente.

Sono passati quasi 23 anni dalla tragedia costata la vita ad Emanuele e, a questo punto, non rimane altro da fare. Non ci sono ulteriori mosse da fare, dopo la restituzione della somma pattuita: «Ho accettato di non procedere oltre per poter provare finalmente a superare il dramma», spiega Maria Vittoria Costa, «devo dare merito a Generali per una disponibilità che le fa onore e non era per nulla scontata. Grazie anche al nostro avvocato Alessandra Gracis, che è sempre stata al nostro fianco e ha rinunciato ai suoi compensi professionali».

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